Chiara Ferragni e il “pink pandoro affaire”, è davvero solo questione di trasparenza?

La beneficenza si fa in silenzio. Una regola che ormai, ai tempi dei social media, troppi hanno dimenticato, trasformando la solidarietà in vere e proprie operazioni commerciali. A finire nei guai per presunte comunicazioni non trasparenti (di altro se ne occupano eventualmente investigatori e magistrati) è Chiara Ferragni, self-made woman, imprenditrice digitale e prima ancora influencer nota a livello globale. La colpa? Un pandoro spruzzato di zucchero rosa, che con lo stencil del suo marchio ha strizzato l’occhio agli amanti del glam aggiungendoci la presunta beneficenza per il reparto pediatrico del Santa Margherita di Torino. Stando all’Antitrust che la ha multata per oltre 1,4 milioni di euro insieme alla Balocco, Codacons ha poi seguito la stessa strada con un esposto, la beneficenza con quella vendita specifica non è stata letteralmente mai collegata, perché l’azienda ha staccato preliminarmente un assegno da 50 mila euro all’ospedale, a cui non sarebbe seguita alcuna donazione legata alla vendita diretta del pandoro “fata confetto”. Stessa solfa per le uova di Pasqua, legate a una campagna di sostegno dell’associazione “I bambini delle Fate”, dove ora è puntato il mirino della Guardia di Finanza e anche della Procura di Milano, seppure al momento con un fascicolo esplorativo modello 45, ovvero senza ipotesi di reato o indagati. Chiara, onnipresente sui social media, da giorni è scomparsa dal radar della rete, dopo aver postato un video di scuse dove si assume la responsabilità di una “errata comunicazione”. Ecco, il messaggio del “donerò un milione di euro” adesso proprio non ci stava, mi auguro che cambi addetti alla comunicazione, se li ha, perché è un insulto questa “pezza”.

Tutta questa attenzione, la gogna mediatica a lei riservata, sono esagerate o meritate? Prima vale la pena aprire un capitolo sulla beneficenza.

Le operazioni commerciali che ruotano intorno alla beneficenza non sono una novità, forse solitamente meno esposizione e assenza di testimonial lasciano che il messaggio veicolato non lasci immaginare che dietro ci siano anche dei guadagni. E’ lecito? Se nei contratti sono stabilite e rispettate percentuali e tipo di messaggio assolutamente sì. Qualcuno si è mai domandato quanto arrivi alle associazioni di quei due o tre euro che doniamo componendo un numero di telefono dopo aver visto lo spot in televisione? Dietro c’è una enorme macchina, ma su questa vicenda tornerò in un altro momento.

Chiara Ferragni mi piace? Francamente non lo so, dovrei conoscerla personalmente per poterlo dire, ma di certo non mi da l’idea di essere una malefica arraffona che tenta di sfruttare a suo vantaggio un’opportunità benefica, anche perché dubito ne abbia bisogno. Non mi piace quando chi fa altro rispetto a cosa pubblica e stampa parla di politica, e forse sta pagando anche le “colpe” di suo marito, da questo punto di vista. Siamo in un Paese libero, è vero, ma la fama e i follower non ci rendono interlocutori del Governo, di questo come di altri, e quindi trovo inutile e pretestuoso quando chiunque si percepisca “di peso” sui social media, pretenda di avere voce in capitolo sulle decisioni di un Paese, per quello esiste la politica, e coloro che pensano di avere i numeri si candidassero, invece di cinguettare sempre livore.

Quello che mi fa storcere il naso, in questa faccenda, sono i titoloni dei giornali, quegli stessi giornali che fino a ieri la dipingevano come la fata madrina, la salvatrice della Patria, degna dell’Ambrogino d’Oro che ora sembrano volerle ritirare, ma che evidentemente agivano per il titolo e per il personaggio che piace per quello che dice e forse anche per le cause che appoggia. Improvvisamente è diventata la peggior specie di criminale? Eddai, su, un po’ di coerenza. Oltre la coerenza, sarebbe buona cosa procurarsi i contratti con Balocco e Dolci Preziosi, prima di scrivere.

Sarebbe buona cosa capire per cosa sia stata pagata la biondissima campionessa di incassi che piace quando mostra i suoi figli al mondo ma poi segretamente viene invidiata perché “ha fatto i soldi”, manco fosse una colpa. Bisognerebbe capire chi ha stilato per lei quei contratti, se li ha letti, firmati di suo pugno, se ne conosceva i dettagli. Eh già, perché questo fa una enorme differenza, enorme. Come lo fa il fatto di comprendere che dietro la solidarietà esistono tanti mondi possibili, moralmente apprezzabili o meno, che non necessariamente sono illeciti. Sicuramente il messaggio veicolato lasciava intendere che acquistando il pandoro si sosteneva l’ospedale, ma il punto è avere la certezza che Chiara Ferragni sapesse esattamente o meno se il denaro guadagnato grazie alla sua immagine fosse anche in parte devoluto successivamente. Io questa certezza ad oggi non la ho, mi auguro che chi sta guadagnando firme in prima pagina le abbia. Ben inteso, se ha sbagliato consapevolmente è giusto che paghi e anche salato, farsi belli con la solidarietà è vomitevole, ma se dovessi scommettere non punterei sul fatto che sia così. 

A me la persona che ho davanti interessa esattamente quanto quello che si dice su di lei, che mi piaccia o meno, avverto la responsabilità delle parole che scrivo, ma sarò evidentemente fuori moda. Detto questo, anche dal mio punto di vista dovremmo tutti avere più attenzione e seguire e apprezzare chi inventa, produce, rende grande l’Italia producendo, innovando, creando posti di lavoro, più che chi influenza quegli acquisti, ma non dimentichiamoci che con quella stessa notorietà questa giovane donna ha creato qualcosa, sicuramente anche posti di lavoro. Ripeto, non so ancora se mi piaccia o meno, ma non vorrei che dietro certi livori ci sia l’invidia verso la cucina nuova, l’attico a Citylife e le borse di Chanel parcheggiate sulle mensole.

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