Gravidanza: la tortura di dover partorire un figlio che morirà

“Mi chiamo Serena, ho avuto un lungo travaglio, mi hanno fatta accomodare su una poltrona, poi su un letto, per quasi sedici ore di dolore e lacrime, di angoscia, di paura, e poi, quando l’induzione al parto finalmente ha funzionato, ho detto addio a mio figlio”. “Mi chiamo Giovanna, ho perso mio figlio, ho dovuto lasciarlo andare via mentre accanto a me la mia vicina di letto ha abbracciato il suo per la prima volta, e fuori dalla mia stanza d’ospedale c’era una meravigliosa nursery, con tanti cuccioli di uomo e io mi sono sentita così vuota e sola”.

Questo è quanto accade nel nostro paese, quando una donna è costretta a rinunciare ad un figlio che ha atteso, voluto e desiderato, perché qualcosa purtroppo è andato storto, e le ha costrette ad una scelta difficile ma necessaria, nel rispetto prima di tutto di chi sarebbe venuto al mondo. Donne che si sono sentite felici, quando hanno scoperto di essere prossime a diventare madri per la prima o la seconda volta, ma che con in mano un referto diagnostico hanno ricevuto poi la conferma peggiore. Parole che hanno scolpito nelle loro menti e nei loro cuori la certezza di veder svanire quel futuro che avevano immaginato, e di dover compiere la scelta più dolorosa e difficile che un essere umano possa fare.

E a quel punto lo Stato che cosa fa per aiutarle, per tutelarle? Poco e nulla. Non esistono reparti ospedalieri dedicati a chi deve interrompere una gravidanza, non esistono infermieri dedicati a questo delicato compito, che possano affiancare le donne in questi giorni di immenso dolore e di perdita. Esiste ancora, nonostante tutto, una sorta di alone “punitivo” per la donna, anche quando non ha scelto di interrompere la gravidanza ma vi è stata costretta (del primo argomento parleremo in seguito). Ed ecco allora che, dopo aver effettuato decine di controlli e verifiche per essere sicura di avere tutte le informazioni corrette, spesso la dodicesima settimana è passata. La legge italiana prevede (a differenza della Francia dove questo tempo è stato prolungato nei mesi scorsi) che la donna debba partorire. Le vengono dati dei farmaci, viene atteso tutto il travaglio e poi si va in sala parto. Perché? Perché oltre alla tragedia di dover rinunciare a un figlio, una donna deve essere sottoposta a una tale tortura? Perché non sono stati studiati altri protocolli, valutate strade differenti, dato che in altri Paesi è possibile? Perché si deve quasi punire la donna come se fosse colpa sua la mancata salute del futuro nascituro? Chi si preoccupa della loro mente, del loro cuore, del loro lutto? Certo, vengono effettuate valutazioni psicologiche, ma poi tutto resta a carico della singola famiglia. Ancora prima, spesso queste donne sono costrette in camera con chi ha appena visto nascere il proprio figlio e giustamente celebra la vita con gioia. Spesso le loro stanze sono fin troppo vicine alle nursery, dove piccoli fagotti piangono, sorridono, vengono salutati dai familiari in festa.

Non è giusto, è inumano, è inaccettabile, è una violenza e lo Stato ha il dovere di fare qualcosa.

LA LEGGE ITALIANA

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